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Chiudono le imprese edili

​Buzzetti presidente ANCE: "La situazione è drammatica, meglio andare a casa"

Chiudere le imprese edili e andare tutti a casa prima di subire ulteriori danni. Un pensiero che sa di provocazione ma che la dice lunga sullo stato di crisi che sta attraversando il nostro paese, anche perché l’ennesimo allarme arriva da uno dei settori che fino a qualche anno fa sembrava tra i meno vulnerabili.

A parlare è stato il presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, Paolo Buzzetti, in occasione dell’Assemblea annuale dell'Ance, tenutasi il 22 luglio scorso a Roma. “La situazione – ha detto – è così drammatica per il settore delle costruzioni che viene spontaneo chiedersi se non sia il caso di chiudere le nostre imprese con il minor danno possibile per i nostri dipendenti”.

Secondo il presidente dell’Ance il settore ha bisogno di misure concrete come ad esempio “un patto tra Governo e la filiera delle costruzioni, primo vero motore economico del mercato interno italiano e unico in grado di far ripartire in modo stabile occupazione e crescita”. Un grido d’allarme in parte mitigato da qualche nuova e positiva sensazione: “Si respira – ha infatti aggiunto Buzzetti – un maggiore senso di fiducia e di speranza grazie anche a un rinnovato impegno della politica e ad alcuni importanti annunci”.

L’Assemblea annuale di fine luglio ha rappresentato l’occasione per ribadire attraverso i numeri quanto sia critica la situazione nel settore delle costruzioni, quello che secondo l'Ance avrebbe pagato più di ogni altro il prezzo della crisi. Dal 2008, hanno evidenziato dall'Associazione dei costruttori, sono stati persi 58 miliardi di fatturato, 70mila imprese hanno chiuso o stanno chiudendo, sono stati sottratti alle imprese 116 miliardi di credito, gli investimenti in costruzioni si sono dimezzati (-47%) e le risorse per le infrastrutture sono state tagliate del 66%, mentre le spese correnti sono cresciute di 12 miliardi.

“Anche le aziende e i loro beni strumentali – ha osservato Buzzetti – sono tartassati da un regime fiscale iniquo e penalizzante: per i capannoni con l’effetto dell’Imu e della Tasi si è praticamente raddoppiato il valore del prelievo fiscale e c’è il rischio che, con la riforma del catasto, arrivi una nuova batosta”. “La casa è diventata il bancomat del Paese, la patrimoniale ripetuta – ha proseguito il presidente dell’Ance, specificando che si è passati da 9 miliardi a 26 di gettito fiscale – Le prime case sono inaccessibili, le seconde non sono più un investimento, gli affitti non sono più remunerativi. Occorrono misure e incentivi fiscali come quelli adottati in Francia e Germania che hanno fatto ripartire il mercato”.

C'è tuttavia qualche segnale positivo. La riqualificazione è stata l'unico comparto che ha avuto livelli produttivi positivi, +20% in 7 anni, grazie agli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni e sul risparmio energetico.

Il futuro, secondo i costruttori, è la rigenerazione delle città. Il loro rilancio può fare in modo che le nostre città tornino a competere a livello internazionale. Secondo l’Ance “occorre un nuovo modello sulla scorta di quello francese: centralità del Governo con piani nazionali, declinati poi a livello locale con il coinvolgimento degli amministratori e di tutti gli stakeholders. I soldi per realizzare un grande Piano Città ci sono: i fondi europei che non riusciamo a spendere ogni anno e che invece potrebbero fare da grande volano”.

Stando ai numeri recentemente elaborati dall’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni dell’Ance, dall'inizio della crisi il settore delle costruzioni ha perso 522mila occupati (-25,9%). Considerando anche i settori collegati alle costruzioni, l’Ance ha stimato in 790mila i posti di lavoro persi. Per quanto riguarda la Cassa integrazione guadagni, tra il 2008 e il 2013 le ore autorizzate sono quadruplicate, passando da poco più di 40 milioni di ore nel 2008 a quasi 163 milioni nello scorso anno.

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